Idealizzazione e "damnatio memoriae"

Mi ritorni in mente...

Più anni passano più tendiamo a mitizzare le vicende trascorse, ad essere sempre più eroi o martiri e sempre meno testimoni del tempo.

Probabilmente è inevitabile: la distanza rende tutto più sfocato e finiamo per riempire i buchi di quel colabrodo che sono i nostri ricordi non certo con banalità, ma con pathos e drammaticità. Perché, suvvia, se abbiamo vissuto sarà pure stato per qualcosa, no?

D'altra parte il ricordo modifica la realtà oggettiva già sin dal momento in cui viene fissato. Quindi il passare del tempo non fa altro che amplificare la divergenza esistente tra ricordo e "autenticità" dei fatti.

Tra l'altro, sono convinto che noi non conserviamo i ricordi in ordine di importanza, ma creiamo un tessuto di ricordi combinati il più possibile economico. Come in un enorme cruciverba dove le singole lettere possono far parte di almeno due parole distinte, così i vari brandelli di memoria finiscono per essere i mattoncini costitutivi di più ricordi. Un elementare principio ergonomico che consente di economizzare spazio ed energia.

E così, quando apriamo il cassetto di un ricordo, la memoria ci tradisce, si fa beffa di noi (e di se stessa) e ci proietta un'anteprima modificata ad hoc. Ci autoinganniamo per mitizzare la nostra autobiografia...

D'altronde magari è la stessa biochimica della memoria, generando minuscole correnti eccitatorie e inibitorie, a fare il lavoro sporco, e la sua "censura" probabilmente non lascia spazio alla testimonianza rigorosa.
Infatti, la molecola che custodisce i nostri ricordi (l'enzima CaMkII), quindi il magazzino della nostra memoria a lungo termine, ha vita breve, una settimana per lo più, ma prima di "spegnersi" pare che attivi la successiva, e così via praticamente per tutta la vita. Quindi il ricordo permane, ma può darsi che la componente emozionale venga via via infiocchettata e abbellita, magari proprio ad ogni tot cambi di enzima.

Se ciò fosse provato (ammesso che sia provabile), credo che gli unici ricordi a non essere alterati siano quelli puramente didattici e quelli magari legati ai pericoli (tipo non toccare la fiamma perché scotta)...

Ma cosa c'entra tutto ciò con l'Ashtanga? C'entra, c'entra, altroché se c'entra. Questa  tendenza innata, questo meccanismo biochimico, ci porterà a mitizzare le nostre "performance" e le persone che fanno parte di questo nostro circolo ristretto. Oppure, al contrario, lasceremo agire la ghigliottina della "damnatio memoriae" eliminando completamente ciò che non farebbe bella figura nei nostri cassetti della memoria. E non si tratta necessariamente di manifestazioni inconsce dell'ego...

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